CON RABBIA E CON AMORE
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lunedì 20 settembre 2010
Casaggì, il Pdl e la questione di genere
CON RABBIA E CON AMORE
giovedì 22 luglio 2010
Viareggio: dedali e dissidenti cubane
Il piddì con la elle ha messo su una specie di scuola di partito per i "giovani di destra"; molto spesso, per le note proprietà antiage dell'"occidentalismo", i giovani del piddì con la elle restano parte della categoria fin verso i quarantasei anni; altrimenti si potrebbe anche parlare di doposcuola di partito.Il "Giornale della Toscana" fa un po' di pubblicità, nelle pagine interne, all'iniziativa e la correda con la foto di un noto diplomato che negli ultimi anni ha inanellato una serie di pubbliche disavventure capaci di stroncare chiunque non avesse la fibra di uno sparring partner. Violentemente impopolare a Firenze, in meno di dodici mesi è stato picchiato, contestato e multato. Per giunta i fotografi di via Cittadella gli hanno riservato un trattamentino di tutto rispetto, ritraendolo col capolavoro d'espressione qui visibile.
La presentazione di questo Dedalo, ennesimo cambio di nome per una convention che in buona sostanza insegna a fare "politica" allagando redazioni e mobilitando claques, sorvola pudicamente sullo stato del piddì con la elle: emorragia inarrestabile di militanti e di organizzatori, crollo dei tesseramenti, sedi chiuse a caterve, voces clamantes in deserto e tutta la serie di eloquenti scambi di cortesie tra valvassori in presenza di una gleba delusa e rassegnata.
Tra le iniziative in programma la presenza di Achille Totaro -con quale ruolo non si sa, dei bagni di folla che ne accompagnano le uscite pubbliche ci siamo già occupati-, quella di Ignazio Benito Maria La Russa -le sue passeggiatine con l'ordinanza nuova in una pietraia afghana blindata costano, per il 2010, un miliardo di euro- Carlo Fidanza -stranissimo caso di parlamentare europeo sul cui sito spicca lo slogan "Europa da buttare"- e ad altra varia umanità, pressoché per intero composta da personaggi governativi.
La gazzetta specifica una sola eccezione. Tale Gordiano Lupi dovrebbe nientemeno che "realizzare un collegamento telefonico da Cuba con Yoani Sanchez".
Su questo curioso personaggio dell'anticastrismo mediatico più patinato -che si parli de L'Avana o di Tehran, di Pechino o di Rangoon i tempi in cui i dissidenti avevano un aspetto fumoso e scarmigliato, vivevano in esilio in una soffitta parigina campando a traduzioni e andavano avanti a tè e pane secco pare siano finiti, o almeno così hanno decretato l'audience e gli sponsor- è stato detto e scritto quanto basta per diffidarne profondamente. Gordiano Lupi però se ne intende perché è il traduttore del blog della Sanchez.
Cercando in rete si trova in pochi secondi anche un altro dei settori in cui Lupi è particolarmente versato. Questo.

Gordiano Lupi – SEXY MADE IN ITALY – Le regine del cinema erotico degli anni Settanta – Profondo Rosso, 2007 – Pag. 300 – Euro 25,00 – Filmografie, foto e curiosità.
Gentilissimo, Kultvirtualpress ci spiega che "Sexy made in Italy è la diretta continuazione de Le Dive Nude, completa il quadro dopo Gloria Guida e Edwige Fenech analizzando la carriera delle più popolari attrici del cinema italiano degli anni Settanta. Tutte le protagoniste dei sogni erotici di un’intera generazione".
Da lì si parte e lì si arriva, come da copione.
lunedì 28 giugno 2010
Qualche domanda di una gatta a proposito di un sedicente "centro sociale di destra"

In Romagna, un "centro sociale" è un posto con il biliardo, gli anziani che giocano a carte e la televisione accesa sul Gran Premio di Monza, tifo indiavolato per la Feràri e bicchieroni di sangiovese. In diversi altri posti, invece, un "centro sociale" è un posto qualsiasi (una scuola dismessa, uno stabile vuoto) generalmente occupato e dove si esplicano le attività e le militanze della sinistra antagonista. C'è poi in questa città, in una via intitolata a un frate bruciato un altro centro autoproclamatosi "sociale", che ultimamente mi ha un po' incuriosita anche per un divertente clone che è stato fatto del suo sito-blog e per alcuni articoli critici letti su vari altri blog (ad esempio questo). Poiché, in quanto gatta (e pure nera) sono curiosa per natura, ho deciso -visto che va molto di moda- di rivolgere qualche domanda a codesto "centro sociale di destra", lontana però sia dalla critica aprioristica, sia dalla pur divertente e irriverente goliardata. Si tratta ovviamente di domande retoriche, che non presuppongono una risposta obbligatoria; inoltre, contrariamente alla prassi, non sono neppure dieci.
Parto da un presupposto assolutamente necessario: se "Casaggì" (così si chiama tale entità) ha scelto di denominarsi "centro sociale", la specificazione "di destra" è superflua. Nella Romagna testè nominata, nessuno si è mai sognato di specificare "Centro Sociale per il gioco del Tressette e per il Tifo Ferrarista". Sull'insegna (se c'è) di nessun centro sociale antagonista sta scritto "Centro Sociale di Sinistra". Un Centro Sociale è un Centro Sociale e basta. È un centro dove si svolgono, o si dice di svolgere, attività sociali. La specificazione "di destra" è quindi, di per sé, l'ammissione di volersi rifare a modelli ed esperienze estranee alla propria storia e alla propria cultura. È la fatale attrazione che su una certa "destra" continua ad esercitare l'Avversario, la Controparte. Detto questo, la gatta Pampalea parte con le sue domandine.
1) In che cosa esattamente si esplica la "socialità" di Casaggì? Tenendo conto del presupposto, e di una denominazione ben precisa, non riesco a vedere in "Casaggì" niente che possa definirsi una militanza rivolta "al basso", capillare, che ponga e sviluppi tematiche di autentica utilità sociale. A differenza dei centri sociali antagonisti, "Casaggì" è in realtà l'emanazione delle componenti più o meno giovanili di alcune formazioni politiche che così, evidentemente, hanno cercato di "far presa" tra i giovani di una città storicamente a loro piuttosto ostile. Ciò ha generato sia un'ambiguità di fondo, sia un impasse difficilmente superabile: il proclamato ribellismo, la non conformità eccetera eccetera si scontrano con l'appartenenza a forze politiche tutt'altro che "ribelli" o "non conformi". Nei centri sociali antagonisti, le forze politiche istituzionali, anche di "sinistra" o presunta tale, sono viste comunque come parte di un sistema da combattere; nel "centro sociale di destra", al momento buono si invita a votare per Berlusconi. Da molti questa è considerata come una purissima operazione di marketing. Peraltro non ben riuscita. Una socialità autentica non è imbrattare i muri di tutta la città col proprio "logo", con croci celtiche e con chilometri di manifesti. Questo è soltanto far felici i venditori di bombolette spray ed alcune tipografie. Il problema è che, al di fuori di questo, la popolazione di questa città altro non percepisce di "Casaggì".
2) Perché "Casa"? Il termine "Casa" è assai frequente tra le formazioni associative di certa destra: si pensi ad esempio a "Casapound". C'è un problema grosso, però: un centro sociale non è una "casa". Ne è l'esatta antitesi. Una casa rimanda a qualcosa di familiare, di interno, di rinchiuso; il centro "sociale", invece, per definizione dovrebbe essere collettivo, aperto, rivolto all'esterno. Scegliere la denominazione "casa" per un "centro sociale" è una contraddizione in termini. O si è "casa", o si è "centro sociale". Ora, si dà il caso che la sede di "Casaggì" sia proprio una casa in piena regola: un palazzotto in un'angusta via di un quartiere borghese, con qualche bandiera a penzoloni da una finestra. Per il resto, invece che "Casaggì" potrebbe essere tranquillamente (e, probabilmente, prima lo era) casa Pinzauti, casa Francalanci o casa Torselli. Si confronti tutto ciò con l'aspetto, con l'ubicazione e con la disposizione topografica di un CPA, di un Next Emerson, di un K100. In quella stradina dedicata al frate bruciato tutto è in ordine: neanche una scritta sul muro (quelle, casomai, le fanno su tutti gli altri muri della città; ivi comprese quelle, stupidissime e poi cancellate, sulla facciata del vicino consolato Cinese. Si immagini la considerazione che un'istituzione della Repubblica Popolare Cinese deve avere di due ragazzotti che nottetempo vanno a scrivere "Cina stupida" su un muro, pensando magari d'aver fatto chissà quale prodezza). Tutto tranquillo. Tutti, giustappunto, chiusi in casa. D'altronde, dove dovrebbero starsene all'esterno? La scelta di quella strada, per un sedicente "centro sociale", è assolutamente disgraziata. Non ci passa nessuno. Non c'è un posto dove stare fuori. Non c'è un parcheggio nemmeno a cercarlo per due ore. Se qualcuno volesse fare, in quella strada, un chiassoso ed allegro assembramento futurista, non-conforme, ribelle ecc., non ce ne sarebbe proprio il posto fisico a meno di non debordare sul viale Don Minzoni e provocare un ingorgo Ovonda-style. La scelta di quel posto, quindi, denota in realtà la natura assolutamente non sociale di quel luogo (una casa più o meno grande dove riunirsi, un luogo chiuso in una strada angusta, un quartiere inadatto). La denominazione di "centro sociale" è quindi, detto in parole povere, uno scimmiottamento goffo, irreale e menzognero di ben altre realtà. Fosse stato soltanto "Casa" (-ggì, Casa Codreanu, Casa Ciok, quello che si vuole) non ci sarebbe stato niente da dire; così è una presa per il culo agli altri e, forse, anche a se stessi e a chi si avvicina a quel luogo.
3) Come intende "Casaggì" giustificare le proprie continue ambiguità? Alcune sono state messe perfettamente in luce da articoli come questo o quest'altro? Qui non si parla di "ideologie" più o meno vaghe, si parla di gravissime e pesantissime contraddizioni. "Casaggì" passa con la massima indifferenza dall'eroico martirio di Saddam Hussein al filosionismo più pedestre. Dalla "Palestina una, libera e indipendente" ai gazebo con le bandiere israeliane. Dal "ribellismo" al sostegno incondizionato ed agli appelli di voto per John Cocks il Palloniere. Il bello è che il sito-blog di "Casaggì" si definisce "rivista web identitaria"; ma, in definitiva, dove sta la loro "identità"? Non si è, e non si può essere "centro sociale" trastullandosi tra finti "ribellismi" e l'obbedienza al sor padrone che paga l'affitto della Casa. Alla fin fine, questa cosa è un boomerang. La gente, ed anche chi magari simpatizzerebbe per te, si accorge che non sono altro che giochetti privi di costrutto e di sincerità; ed allora nascono i cloni a presa di culo. Cominci ad essere oggetto di barzellette, e non di considerazione politica anche da parte degli avversari. Cominci ad essere un buffo circolino di amiconi e ragazzotte che una volta all'anno, in febbraio, fanno una giratina nel quartiere fiaccole alla mano, stile Madonna di Lourdes. E, così facendo, non solo non sei affatto un "centro sociale", ma rischi anche di non essere più nemmeno una "casa". Diventi solo un blob di slogan, di muri impiastricciati e di contorsionismi che ti lasciano annodato.
Bene, in fondo le domande erano soltanto tre. Forse ce ne sarebbero molte altre, ma la cosa diventerebbe troppo lunga. Ai "Casaggini" raccomanderei però, da vecchia gatta in campana, una cosa molto semplice: quella di provare a fare un'estrema chiarezza in se stessi, ed a porsi in reale contrapposizione critica anche e soprattutto con la loro parte. Così si fa nei centri sociali, quelli veri. Non si può essere contro il sistema a parole, e poi esserci invece legati a doppio filo e dentro fino al collo. Ma, forse, a questo modo non avrebbero più chi paga loro il palazzotto. Non avrebbero più un posto dove stare, sarebbero senza Casa e toccherebbe loro occupare un capannone. Capannoneggì.
domenica 27 giugno 2010
Di esami di stato, di foibe e di nazionalismo d'accatto
Maccaruna 'e Napule (fonte: fxcuisine.com). Nonostante i cento e più anni trascorsi l'immagine è quella che a tutt'oggi meglio descrive la retorica "nazionalista" costruita per lo stato che occupa la penisola italiana; un nazionalismo costruito sulle "fettuccine Alfredo" non ha, probabilmente alcun eguale al mondo.Chi volesse attualizzare l'immagine potrebbe aggiungervi riferimenti ad altri fondamentali "valori occidentali" nel frattempo affermatisi, quali l'utilizzo di stupefacenti, la frequentazione di prostitute, il pallonaio televisivo e non, la pornografia, l'incultura percepita e presentata come motivo di vanto...
Il sistema scolastico in essere nello stato che occupa la penisola italiana prevede, alla conclusione di un ciclo di istruzione secondaria, un esame cui è rimasto l'irritante nome di "maturità", correzioni leguleie nonostante.
Financo nella denominazione, l'esame incombente è di solito motivo per sottoporre le scolaresche a tirate pseudopedagogiche e pseudovaloriali che indicano nel comportamento ossequioso verso il potere politico ed economico e tutti i loro rappresentanti, fino ai più infimi, l'unico atteggiamento socialmente accettato ed accettabile sotto pena di marginalizzazione, stigmatizzazione, dropping out immediato e privo di rimedio.
Niente su cui ridire: in un "Occidente" in cui gli unici comportamenti non demonizzati sono quelli di consumo, il cui incoraggiamento è in ogni sede proporzionale alla loro irresponsabilità, il valore adattivo di certe direttive è indiscutibile.
In scuoline, scuolette, Prestigiosi e Selettivi Istituti, famiglie ed altri luoghi deputati alla socializzazione organizzativa, con "maturità" si intende sostanzialmente la supina accettazione dello stato di cose presente e dei "valori" dominanti, con particolare riguardo a quelli graditi ad un potere politico per il quale la riduzione a suddito di qualunque individuo non si riconosca in comportamenti di consumo arrivati da decenni all'ossessione e al vomito è una priorità irrinunciabile.
Con premesse di questo tipo, è ovvio che i casi di immaturità conclamata si susseguano fino ad età poco compatibili con la giovinezza e che il più delle volte si concretizzino in comportamenti economici distruttivi o irresponsabili, rendendo la "maturità" di cui sopra, nella sua residua accezione di "adozione di comportamenti responsabili e consapevoli", ancor più degna di irrisione sarcastica di quanto non lo sia di per sé.
Il problema è che la stessa adesione ai "valori" sostenuti dal potere sta diventando difficile. L'erosione continua del potere d'acquisto sta falciando ormai da decenni -ché non si tratta certo di una crisi passeggera- redditi ed ambizioni dei sudditi. Globalizzazione non significa soltanto che esistono zone di Mumbai dove si vive come a Milano, ma anche e soprattutto che esistono zone di Milano dove si vive come a Mumbai. Questo falcidiamento dei redditi e del potere d'acquisto va per giunta a colpire una generazione che in molti casi ha scientemente considerato formazione, preparazione e competenza come zavorre di cui liberarsi: lo stato che occupa la penisola italiana costituisce per più versi un caso unico al mondo ed uno dei motivi di questo sta nel fatto che il disprezzo per la competenza e per la cultura vi godono di un'approvazione sociale estesa, crescente e coltivata con ogni cura da un potere politico interessatissimo a mantenere con ogni mezzo un clima sociale che impedisca ai sudditi di chiedere conto a politici ed amministratori più o meno eletti del peggioramento sistematico delle condizioni di vita e dell'incredibile affastellarsi di promesse non mantenute.
Il potere politico, nello stato che occupa la penisola italiana, è da decenni espressione stessa del lobbysmo mediatico al punto che gli appartenenti all'uno e all'altro sono intercambiabili o, nel migliore dei casi, legati a doppio filo. Esistono cose in cui la classe politica non si riconosce affatto e che costituiscono un passato ingombrante, oggetto di alcuni ben finanziati tentativi di riscrittura demandati a professionisti o similprofessionisti della storiografia, incaricati di fornire pezze d'appoggio alla vulgata "occidentalista" da passare ai mass media del mainstream.
E' possibile identificare con facilità almeno due filoni in questo tipo di riscritture.
Il primo, di ambiente leghista e sedicente cattolico, punta da qualche lustro ad una profonda revisione del processo che nel XIX secolo portò all'unificazione territoriale della penisola. Le insorgenze antifrancesi ed antigiacobine, le "controrivoluzioni" in cui si vogliono riconoscere analogie a quanto avvenuto in Vandea, il brigantaggio, le monarchie e le repubbliche peninsulari sono oggetto di una riscoperta che copre tutto l'areale compreso tra il serissimo approfondimento accademico e, più spesso, la cialtronata buona per i mangiatori di radicchio della bassa trevigiana. Lo scopo neanche tanto recondito di simili approfondimenti sta nella costruzione di un "mito fondante" alternativo a quello che permea la divulgazione storica nello stato che occupa la penisola italiana, nella prospettiva di una sua completa sostituzione.
Il secondo filone, di ambiente destrorso e scrostato solo negli ultimi anni dai sottoscala cui era relegato da sei decenni almeno ed in cui vivacchiava producendo centoni memorialistici e aneddotici, è dedito ad un ancora più sterile coltivazione di miti piagnucolosi basati sulla presunzione d'innocenza del regime autoritario che per una ventina d'anni blindò le istituzioni dello stato che occupa la penisola italiana, ai tempi retto nientemeno che da una monarchia ereditaria.
Questo secondo filone è quello che più influenza al momento gli ambienti "culturali" ammessi al finanziamento statale e l'istruzione in genere, dovendo il primo contentarsi di qualche produzione cinematografica e di qualche tradizione inventata su misura, perché dagli stessi sottoscala arriva la classe "politica" che ha sciamato ovunque e che non dà alcun segno di rendersi conto dell'autoreferenzialità ebete e della somma cialtroneria di certe riscritture.
Per la "maturità" su disprezzata, chi di dovere ha partorito una serie di "tracce" tra cui, ci dicono, spicca uno Star Treck che non si sa bene cosa sia ma che si vuole abbia a che fare con certa "fantascienza".
E' normale che gli "occidentalisti" spingano la loro abituale protervia oltre i limiti della cecità. Tra essi "occidentalisti" è ancora diffusa l'ammirazione per uno grasso di Predappio che partendo dalla poltroncina di gazzettiere finì alla poltrona di primo ministro con il macchinone e la ganza, in questo corrispondendo alla grande agli ideali di fondo dell'"occidentalismo" contemporaneo che vedono nell'ostentazione di lussi grossolani, nel cacciarlo in corpo alle ragazzine e nell'ingrassare in modo debordante la piena realizzazione delle potenzialità umane. L'epilogo non fu dei migliori: dopo essere riuscito a cacciare la penisola italiana dentro un'evitabilissima tragedia mondiale, fu catturato mentre scappava con addosso una divisa straniera e fu appeso per i piedi, con il cranio sbriciolato a colpi di mitra, a finire di sgrondare il proprio sangue sul selciato di una piazza milanese.
Come gazzettiere prima e come primo ministro poi, quel romagnolo aveva scritto interi faldoni di idiozie giovanilistiche. Eppure, chissà chi non ha trovato di meglio che proporre agli esaminandi la trascrizione di un discorso, menzognero fin nelle virgole, in cui questo signore rivendicava la piena responsabilità "politica, morale, storica" del rapimento di un deputato avversario avvenuto nel 1924 e finito in omicidio essenzialmente grazie alla cialtroneria di chi l'aveva commesso, essendo l'autoritarismo peninsulare mediocre in tutto, anche nel delinquere, e come tale timoroso perfino del ricorso all'assassinio politico in un'epoca in cui esso rappresentava la prassi ordinaria ad ogni latitudine. Un assassinio politico che fu rivendicato e fatto proprio soltanto quando fu dissolto ogni pericolo di dover liberare -con le buone o con le cattive- un po' di poltrone e andare nel migliore dei casi a cercarsi un lavoro qualunque.
E' probabile che la cialtroneria di fondo che caratterizzò -assieme alla bassezza menzognera, all'incompetenza, all'invidia, ad un nazionalismo revanscista e sostanzialmente ridicolo prima e ancora che pericoloso- i vent'anni di autoritarismo che caratterizzarono la prima metà del XX secolo nella penisola italiana abbiano affascinato ambienti politici che in essa cialtroneria a tutt'oggi si riconoscono, così come si riconoscono negli altri demeriti della classe politica di quei tempi.
Il pezzo forte del"P000 - Esami di stato conclusivi dei corsi di studio di istruzione secondaria superiore" è però un "tema di argomento storico" di cui questa è la traccia:
Ai sensi della legge 30 marzo 2004, n. 92, “la Repubblica riconosce il 10 febbraio quale «Giorno del ricordo» al fine di conservare e rinnovare la memoria della tragedia degli italiani e di tutte le vittime delle foibe, dell’esodo dalle loro terre degli istriani, fiumani e dalmati nel secondo dopoguerra e della più complessa vicenda del confine orientale”.
Il candidato delinei la “complessa vicenda del confine orientale”, dal Patto (o Trattato) di Londra (1915) al Trattato di Osimo (1975), soffermandosi, in particolare, sugli eventi degli anni compresi fra il 1943 e il 1954.
"Ai sensi della legge". Facile, farci dell'ironia. Da un incipit come questo pare quasi che il senso della citata "legge" sia quello di imporre a chicchessia lo svolgimento di temi d'argomento storico (sotto pena di chissà quale sanzione) ma andiamo avanti.
La parte interessante della traccia sta nell'esplicita richiesta di centrare lo svolgimento sugli anni compresi tra il 1943 ed il 1954.
La "Giornata del ricordo" è stata oggetto di pesanti e motivate critiche fin dal momento della sua istituzione, centrate sulla miriade di punti deboli di quella che appare essere il risultato di un'operazione propagandistica da imporre ai sudditi più che quello di una ricerca storiografica accurata e motivante. In particolare, la natura propagandistica dell'iniziativa e della connessa "legge" emerge chiaramente perfino dalle righe che riportiamo, in cui si impone a chi svolge il tema una sostanziale scotomizzazione degli eventi di un determinato periodo storico, cosicché ne restino in ombra i presupposti.
Un rimanere in ombra dei presupposti che porta giocoforza acqua al mulino della revisione e della riabilitazione, portando a postulare la malvagità metafisica del Nemico e la bontà, altrettanto metafisica, di coloro che facevano capo allo stato che occupava -e che occupa- la penisola italiana.
L'operazione non ha portato, una volta di più, i frutti sperati, nonostante il battage ed i cospicui investimenti propagandistici che gli "occidentalisti" hanno compiuto sulla questione e che rappresentano il raggio di una ruota che in realtà ne conta numerosi altri, tutti tesi a rendere presentabile un "nazionalismo" ed un "orgoglio nazionale" che presentabili non sono, non saranno mai, e che sono da sempre oggetto di scoperto e giustificatissimo dileggio.
Secondo dati non sapremmo quanto attendibili, il tema delle foibe sarebbe stato scelto dallo 0,6% dei candidati. Circa tremila individui.
I motivi fondamentali di questa disaffezione possono essere rintracciati in molti settori, ma la spiegazione più probabile è anche la più semplice. La storia contemporanea viene, e da decenni, sistematicamente trascurata dall'insegnamento secondario, solitamente adducendo tra i motivi più correnti le poche ore di lezione disponibili in cui vanno stipati programmi pletorici.
Tra i micropolitici "occidentalisti" che spoltronano a Firenze ce ne sono molti che hanno avuto una "carriera" scolastica ed accademica di una lunghezza decisamente sproporzionata rispetto ai titoli conseguiti ed ai meriti riconosciuti; la familiarità con l'ambiente scolastico deve aver comunque messo qualcuno di costoro in condizione di piazzarvi i propri delatori. E si sa che la delazione, in un ambiente di totale ed infera sovversione come quello "occidentalista", viene considerata un comportamento virtuoso cui instradare i sudditi fin dalla prima adolescenza ed è dunque un'arma politica di ordinarissimo utilizzo, specie quando, come in questo caso, ci sono impianti propagandistici da difendere.
Proprio in una delazione andò ad incappare, all'inizio del 2010, una docente di scuola inferiore della fiorentina scuola media Botticelli che ha avuto il torto di rimettere al loro posto i commemoratori scotomizzati. Sostenere che la storia non comincia nel 1943 è un crimen laesae maiestatis perché rischia di restituire ai propagandisti il ruolo di pastapipos che, molto giustamente, li stigmatizza in qualunque realtà del pianeta diversa dalle redazioni del giornalame più servo.
Il punto è che nonostante gli interventi delatori e la visibilità mediatica assegnata alle istanze "occidentaliste" dal gazzettame, a spese di chiunque ne faccia notare la pochezza irritante ed i sottofondi menzogneri ed interessati, la "commemorazione" delle "vittime delle foibe" è ed è rimasta roba da conventicola.
Unico modo per consolarsi, addossare la colpa al temuto giudizio dei "professori rossi", come ha tentato di fare "Il Giornale della Toscana" del 23 giugno 2010, in una di quelle geremiadi per mentecatti per le quali quella gazzetta è giustamente famosa.
Financo nella denominazione, l'esame incombente è di solito motivo per sottoporre le scolaresche a tirate pseudopedagogiche e pseudovaloriali che indicano nel comportamento ossequioso verso il potere politico ed economico e tutti i loro rappresentanti, fino ai più infimi, l'unico atteggiamento socialmente accettato ed accettabile sotto pena di marginalizzazione, stigmatizzazione, dropping out immediato e privo di rimedio.
Niente su cui ridire: in un "Occidente" in cui gli unici comportamenti non demonizzati sono quelli di consumo, il cui incoraggiamento è in ogni sede proporzionale alla loro irresponsabilità, il valore adattivo di certe direttive è indiscutibile.
In scuoline, scuolette, Prestigiosi e Selettivi Istituti, famiglie ed altri luoghi deputati alla socializzazione organizzativa, con "maturità" si intende sostanzialmente la supina accettazione dello stato di cose presente e dei "valori" dominanti, con particolare riguardo a quelli graditi ad un potere politico per il quale la riduzione a suddito di qualunque individuo non si riconosca in comportamenti di consumo arrivati da decenni all'ossessione e al vomito è una priorità irrinunciabile.
Con premesse di questo tipo, è ovvio che i casi di immaturità conclamata si susseguano fino ad età poco compatibili con la giovinezza e che il più delle volte si concretizzino in comportamenti economici distruttivi o irresponsabili, rendendo la "maturità" di cui sopra, nella sua residua accezione di "adozione di comportamenti responsabili e consapevoli", ancor più degna di irrisione sarcastica di quanto non lo sia di per sé.
Il problema è che la stessa adesione ai "valori" sostenuti dal potere sta diventando difficile. L'erosione continua del potere d'acquisto sta falciando ormai da decenni -ché non si tratta certo di una crisi passeggera- redditi ed ambizioni dei sudditi. Globalizzazione non significa soltanto che esistono zone di Mumbai dove si vive come a Milano, ma anche e soprattutto che esistono zone di Milano dove si vive come a Mumbai. Questo falcidiamento dei redditi e del potere d'acquisto va per giunta a colpire una generazione che in molti casi ha scientemente considerato formazione, preparazione e competenza come zavorre di cui liberarsi: lo stato che occupa la penisola italiana costituisce per più versi un caso unico al mondo ed uno dei motivi di questo sta nel fatto che il disprezzo per la competenza e per la cultura vi godono di un'approvazione sociale estesa, crescente e coltivata con ogni cura da un potere politico interessatissimo a mantenere con ogni mezzo un clima sociale che impedisca ai sudditi di chiedere conto a politici ed amministratori più o meno eletti del peggioramento sistematico delle condizioni di vita e dell'incredibile affastellarsi di promesse non mantenute.
Il potere politico, nello stato che occupa la penisola italiana, è da decenni espressione stessa del lobbysmo mediatico al punto che gli appartenenti all'uno e all'altro sono intercambiabili o, nel migliore dei casi, legati a doppio filo. Esistono cose in cui la classe politica non si riconosce affatto e che costituiscono un passato ingombrante, oggetto di alcuni ben finanziati tentativi di riscrittura demandati a professionisti o similprofessionisti della storiografia, incaricati di fornire pezze d'appoggio alla vulgata "occidentalista" da passare ai mass media del mainstream.
E' possibile identificare con facilità almeno due filoni in questo tipo di riscritture.
Il primo, di ambiente leghista e sedicente cattolico, punta da qualche lustro ad una profonda revisione del processo che nel XIX secolo portò all'unificazione territoriale della penisola. Le insorgenze antifrancesi ed antigiacobine, le "controrivoluzioni" in cui si vogliono riconoscere analogie a quanto avvenuto in Vandea, il brigantaggio, le monarchie e le repubbliche peninsulari sono oggetto di una riscoperta che copre tutto l'areale compreso tra il serissimo approfondimento accademico e, più spesso, la cialtronata buona per i mangiatori di radicchio della bassa trevigiana. Lo scopo neanche tanto recondito di simili approfondimenti sta nella costruzione di un "mito fondante" alternativo a quello che permea la divulgazione storica nello stato che occupa la penisola italiana, nella prospettiva di una sua completa sostituzione.
Il secondo filone, di ambiente destrorso e scrostato solo negli ultimi anni dai sottoscala cui era relegato da sei decenni almeno ed in cui vivacchiava producendo centoni memorialistici e aneddotici, è dedito ad un ancora più sterile coltivazione di miti piagnucolosi basati sulla presunzione d'innocenza del regime autoritario che per una ventina d'anni blindò le istituzioni dello stato che occupa la penisola italiana, ai tempi retto nientemeno che da una monarchia ereditaria.
Questo secondo filone è quello che più influenza al momento gli ambienti "culturali" ammessi al finanziamento statale e l'istruzione in genere, dovendo il primo contentarsi di qualche produzione cinematografica e di qualche tradizione inventata su misura, perché dagli stessi sottoscala arriva la classe "politica" che ha sciamato ovunque e che non dà alcun segno di rendersi conto dell'autoreferenzialità ebete e della somma cialtroneria di certe riscritture.
Per la "maturità" su disprezzata, chi di dovere ha partorito una serie di "tracce" tra cui, ci dicono, spicca uno Star Treck che non si sa bene cosa sia ma che si vuole abbia a che fare con certa "fantascienza".
E' normale che gli "occidentalisti" spingano la loro abituale protervia oltre i limiti della cecità. Tra essi "occidentalisti" è ancora diffusa l'ammirazione per uno grasso di Predappio che partendo dalla poltroncina di gazzettiere finì alla poltrona di primo ministro con il macchinone e la ganza, in questo corrispondendo alla grande agli ideali di fondo dell'"occidentalismo" contemporaneo che vedono nell'ostentazione di lussi grossolani, nel cacciarlo in corpo alle ragazzine e nell'ingrassare in modo debordante la piena realizzazione delle potenzialità umane. L'epilogo non fu dei migliori: dopo essere riuscito a cacciare la penisola italiana dentro un'evitabilissima tragedia mondiale, fu catturato mentre scappava con addosso una divisa straniera e fu appeso per i piedi, con il cranio sbriciolato a colpi di mitra, a finire di sgrondare il proprio sangue sul selciato di una piazza milanese.
Come gazzettiere prima e come primo ministro poi, quel romagnolo aveva scritto interi faldoni di idiozie giovanilistiche. Eppure, chissà chi non ha trovato di meglio che proporre agli esaminandi la trascrizione di un discorso, menzognero fin nelle virgole, in cui questo signore rivendicava la piena responsabilità "politica, morale, storica" del rapimento di un deputato avversario avvenuto nel 1924 e finito in omicidio essenzialmente grazie alla cialtroneria di chi l'aveva commesso, essendo l'autoritarismo peninsulare mediocre in tutto, anche nel delinquere, e come tale timoroso perfino del ricorso all'assassinio politico in un'epoca in cui esso rappresentava la prassi ordinaria ad ogni latitudine. Un assassinio politico che fu rivendicato e fatto proprio soltanto quando fu dissolto ogni pericolo di dover liberare -con le buone o con le cattive- un po' di poltrone e andare nel migliore dei casi a cercarsi un lavoro qualunque.
E' probabile che la cialtroneria di fondo che caratterizzò -assieme alla bassezza menzognera, all'incompetenza, all'invidia, ad un nazionalismo revanscista e sostanzialmente ridicolo prima e ancora che pericoloso- i vent'anni di autoritarismo che caratterizzarono la prima metà del XX secolo nella penisola italiana abbiano affascinato ambienti politici che in essa cialtroneria a tutt'oggi si riconoscono, così come si riconoscono negli altri demeriti della classe politica di quei tempi.
Il pezzo forte del"P000 - Esami di stato conclusivi dei corsi di studio di istruzione secondaria superiore" è però un "tema di argomento storico" di cui questa è la traccia:
Ai sensi della legge 30 marzo 2004, n. 92, “la Repubblica riconosce il 10 febbraio quale «Giorno del ricordo» al fine di conservare e rinnovare la memoria della tragedia degli italiani e di tutte le vittime delle foibe, dell’esodo dalle loro terre degli istriani, fiumani e dalmati nel secondo dopoguerra e della più complessa vicenda del confine orientale”.
Il candidato delinei la “complessa vicenda del confine orientale”, dal Patto (o Trattato) di Londra (1915) al Trattato di Osimo (1975), soffermandosi, in particolare, sugli eventi degli anni compresi fra il 1943 e il 1954.
"Ai sensi della legge". Facile, farci dell'ironia. Da un incipit come questo pare quasi che il senso della citata "legge" sia quello di imporre a chicchessia lo svolgimento di temi d'argomento storico (sotto pena di chissà quale sanzione) ma andiamo avanti.
La parte interessante della traccia sta nell'esplicita richiesta di centrare lo svolgimento sugli anni compresi tra il 1943 ed il 1954.
La "Giornata del ricordo" è stata oggetto di pesanti e motivate critiche fin dal momento della sua istituzione, centrate sulla miriade di punti deboli di quella che appare essere il risultato di un'operazione propagandistica da imporre ai sudditi più che quello di una ricerca storiografica accurata e motivante. In particolare, la natura propagandistica dell'iniziativa e della connessa "legge" emerge chiaramente perfino dalle righe che riportiamo, in cui si impone a chi svolge il tema una sostanziale scotomizzazione degli eventi di un determinato periodo storico, cosicché ne restino in ombra i presupposti.
Un rimanere in ombra dei presupposti che porta giocoforza acqua al mulino della revisione e della riabilitazione, portando a postulare la malvagità metafisica del Nemico e la bontà, altrettanto metafisica, di coloro che facevano capo allo stato che occupava -e che occupa- la penisola italiana.
L'operazione non ha portato, una volta di più, i frutti sperati, nonostante il battage ed i cospicui investimenti propagandistici che gli "occidentalisti" hanno compiuto sulla questione e che rappresentano il raggio di una ruota che in realtà ne conta numerosi altri, tutti tesi a rendere presentabile un "nazionalismo" ed un "orgoglio nazionale" che presentabili non sono, non saranno mai, e che sono da sempre oggetto di scoperto e giustificatissimo dileggio.
Secondo dati non sapremmo quanto attendibili, il tema delle foibe sarebbe stato scelto dallo 0,6% dei candidati. Circa tremila individui.
I motivi fondamentali di questa disaffezione possono essere rintracciati in molti settori, ma la spiegazione più probabile è anche la più semplice. La storia contemporanea viene, e da decenni, sistematicamente trascurata dall'insegnamento secondario, solitamente adducendo tra i motivi più correnti le poche ore di lezione disponibili in cui vanno stipati programmi pletorici.
Tra i micropolitici "occidentalisti" che spoltronano a Firenze ce ne sono molti che hanno avuto una "carriera" scolastica ed accademica di una lunghezza decisamente sproporzionata rispetto ai titoli conseguiti ed ai meriti riconosciuti; la familiarità con l'ambiente scolastico deve aver comunque messo qualcuno di costoro in condizione di piazzarvi i propri delatori. E si sa che la delazione, in un ambiente di totale ed infera sovversione come quello "occidentalista", viene considerata un comportamento virtuoso cui instradare i sudditi fin dalla prima adolescenza ed è dunque un'arma politica di ordinarissimo utilizzo, specie quando, come in questo caso, ci sono impianti propagandistici da difendere.
Proprio in una delazione andò ad incappare, all'inizio del 2010, una docente di scuola inferiore della fiorentina scuola media Botticelli che ha avuto il torto di rimettere al loro posto i commemoratori scotomizzati. Sostenere che la storia non comincia nel 1943 è un crimen laesae maiestatis perché rischia di restituire ai propagandisti il ruolo di pastapipos che, molto giustamente, li stigmatizza in qualunque realtà del pianeta diversa dalle redazioni del giornalame più servo.
Il punto è che nonostante gli interventi delatori e la visibilità mediatica assegnata alle istanze "occidentaliste" dal gazzettame, a spese di chiunque ne faccia notare la pochezza irritante ed i sottofondi menzogneri ed interessati, la "commemorazione" delle "vittime delle foibe" è ed è rimasta roba da conventicola.
Unico modo per consolarsi, addossare la colpa al temuto giudizio dei "professori rossi", come ha tentato di fare "Il Giornale della Toscana" del 23 giugno 2010, in una di quelle geremiadi per mentecatti per le quali quella gazzetta è giustamente famosa.
giovedì 13 maggio 2010
Il partito dell'amore e i fascisti
Il primo di tre video facenti parte di un documentario ( che per certi aspetti potrebbe definirsi pure identitario e non conforme, ma chissà..) della televisione francese sull'estrema destra in Europa.
Ovviamente non poteva mancare l'Italia, sempre ai primi posti quando si parla di schifezze, mafia e topi di fogna.
E' singolare come i nostri stessi gggiooovani dirigenti di AG,AS e FUAN definiscono realtà come Blocco Studentesco e Casapound: da una parte si parla di simpatie per questioni ideologiche, ma dall'altra i gggiooovani si guardano bene dal definirsi fascisti e soprattutto dall'evidenziare i propri legami con la destra più estrema ( e sicuramente più non conforme).
Insomma, se davvero volete sapere cosa complottiamo segretamente noi gggioovani del Pdl e chi sono figuri come Alemanno e soci, cliccate qui sopra col mouse.
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